Green Book – Recensione

GREEN BOOK: UN BUDDY-MOVIE NELL’AMERICA RAZZISTA DEGLI ANNI ’60

La storia di un’amicizia on the road

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Al primo film senza il fratello, Peter Farrelly dà vita ad un classico buddy movie che si consuma sulle strade del Sud degli Stati Uniti degli anni ’60.

Tony Lip è un italoamericano di New York che, ritrovatosi improvvisamente senza lavoro, cerca in tutti i modi di trovare un’occupazione il prima possibile. Don Shirley, il musicista di colore, sarà effettivamente la sua salvezza.

Si creerà così una coppia Insolita, il datore di lavoro nero, e il dipendente bianco, due perfetti protagonisti per un road movie in stile classico.

Green Book è effettivamente un film che ripropone le caratteristiche di un certo tipo di cinema, senza stravolgere o innovare un genere quasi esclusivamente americano. Abbiamo infatti l’amicizia fra due personaggi di diversa provenienza, che mettono a confronto i loro modi di fare, e un’ambientazione tipicamente americana raccontata da un punto di vista on the road.

Green Book fa centro con un’ottima sceneggiatura, mai banale e sempre avvincente, sebbene si basi su una serie di gag comiche sulla diversità dei due personaggi.
In un certo senso Green Book fa delle scelte molto ovvie, cercando la comicità nelle situazioni più prevedibili e giocando con tematiche alla portata di tutti.
Eppure riesce a non banalizzare mai la sua sceneggiatura e a presentare dell’ottima comicità per tutto il film.

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Un film accompagnato da due attori eccezionali 

Il film cerca di descrivere gli aspetti necessari del personaggio di Tony Lip (Viggo Mortensen) per non cadere nello stereotipo e dare un tono più realistico, sebbene superficiale, del protagonista italoamericano. Green Book riesce infatti nel suo essere superficiale e nell’intento di non creare drammaticità forzata laddove lo spettatore se lo sarebbe aspettato.

I due personaggi dunque, visti nei loro aspetti più generici, funzionano alla perfezione e portano lo spettatore ad immaginare il passato di entrambi.

Green Book gestisce ottimamente i suoi tempi e sa come alternare sketch fini a se stessi alla narrazione vera e propria, sviando in ogni momento toni didascalici o quella pesantezza che spesso caratterizza il cinema che tratta di tematiche sociali.

Con poco il film riesce a dare un tono politico alle situazioni e a far indignare lo spettatore, con la stessa semplicità con cui riesce a farlo sorridere e sotto sotto commuovere.

Colpisce la magistrale performance di Viggo Mortensen nella sua prova attoriale più convincente, che meriterebbe senz’altro il Premio Oscar. Mortensen studia i movimenti, i tic e l’intonazione del suo personaggio, mettendo in scena un credibile ritratto di un italoamericano degli anni ’60. Con un accento bizzarro ma ben studiato, e un’insolita spontaneità anche nel parlare italiano, Viggo riesce a non stereotipare il suo personaggio ma a conferirgli molta umanità.

Anche Mahershala Ali se la cava magistralmente, grazie ad un personaggio più criptico e misterioso che gli calza alla perfezione.

Green Book si rivela essere un piccolo gioiellino cinematigrafico grazie ai suoi persnaggi e ad una sceneggiatura davvero convincente, che potrebbe conquistare sia pubblico che critica.

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70/100

Voto

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