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BlacKkKlansman – Recensione

UN BRILLANTE POLIZIESCO AMBIENTATO NELL’AMERICA DEGLI ANNI ’70

Un commedia nera sopra le righe firmata Spike Lee

BlacKkKlansman è un’inaspettata commedia sopra le righe, che porta in scena un periodo buio della storia dell’America, mettendolo a paragone, senza risultare troppo eccessivo, con il periodo attuale.

BlacKkKlansman potrebbe apparire come l’ennesima denuncia al razzismo da parte di uno Spike Lee da sempre interessato a questa tematica. Sebbene le premesse preoccupanti, BlacKkKlansman non mette in scena un inutile moralismo, bensì una commedia accattivante sopra le righe.

Siamo nell’America degli anni Settanta in un clima pieno di tensioni, e Ron Stallworth è il primo poliziotto di colore. Da questo incipit si delinea una complessa missione volta a smascherare i membri del Ku Klux Klan, grazie all’astuto poliziotto che si spaccia per bianco razzista.

E’ tutto iperbolico in BlacKkKlansman e non c’è niente che non funzioni nella sua semplicità. Spike Lee parte dagli stereotipi e, ridicolizzandoli, crea una commedia intelligente e mai banale.
Il film si sofferma sulle ideologie grossolane dei neonazisti e, riproponendole in maniera semplicissima e quasi banale, le mette in ridicolo e fa sorridere lo spettatore difronte ai soliti luoghi comuni.

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Un film che si perde in digressioni didascaliche

Colpisce come l’unico personaggio non caricaturale sia effettivamente il protagonista Ron Stallworth che, seppur privo di componente maligna, non vede i bianchi come cattivi e i neri come buoni. Vige in lui uno sguardo critico nei confronti dei movimenti di protesta afro-americani, giudicati troppo radicali per poter mirare ad una parità di diritti.

Dall’altro lato abbiamo invece dei villain rappresentati come oggetti di derisione e scherno, a cui non viene mai concesso un briciolo di dignità.

Forse Spike Lee avrebbe dovuto concentrarsi di più sul registro comico e lasciare meno spazio al dramma che risulta inequivocabilmente forzato all’interno di un film paradossale.

L’intreccio tuttavia non cade mai nella banalità e tiene incollato lo spettatore fino alla fine. Nel suo discostarsi dalla complessità narrativa, BlacKkKlansman si presenta come un film diretto ad ogni tipologia di spettatore, dal più semplice al più esigente.

Laddove il dramma e la denuncia sociale si rivelano inefficaci, Spike Lee riesce con la commedia non solo a ironizzare, ma anche a far riflettere lo spettatore con un effetto quasi straniante.

Molto meno efficiente è il parallelismo esplicito che Spike Lee prova a fare con l’America di Trump; un paragone che avrebbe dovuto rimanere sottinteso e risulta invece azzardato.

Tuttavia non c’è da considerare BlacKkKlansman come un’originale commedia politica, piuttosto come l’ennesimo tentativo di trattare il razzismo sotto un’altra faccia, come Get Out attraverso gli stilemi del cinema horror, o Black Panther con la fantascienza.

Dopo il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, BlacKkKlansman è destinato ad essere amato dal grande pubblico, ma anche finire nel dimenticatoio nel giro di qualche anno.

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70/100

Voto

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